mercoledì 16 aprile 2014

Si è tenuta il 3 settembre nell’ex carcere di Castiadas la 7^ edizione del Festival Ethnicus

"Ethnicus" - Festival delle Culture Migranti e Luogo della ContaminAzione

Quando lo scambio, il confronto e la condivisione possono generare esperienze ricche, originali e creative.

Patrizia Pili di Patrizia Pili - Reporter: Antonello Casu
C’è un che di simbolico, nell’ospitare il Festival Ethnicus, giunto quest’anno alla settima edizione, all’interno della struttura dell’ex carcere di Castiadas.
Luogo di periferia, Castiadas, da cui partono canti, musiche, danze, parole narrate, versi, che la lanciano al centro di un mondo desiderato più che disegnato, vivo, più vivo del reale, qui.

Il luogo della contaminAzione, il luogo degli incontri che ci rendono migliori, che ci rendono liberi, ma liberi davvero: dal pregiudizio, dalla paura, dal dubbio che un’ altra relazione sia possibile.
Un ex carcere, luogo disperato, architettura fatiscente, che non si arrende al tempo.
Che quasi vuole riscattarsi, di tutto il dolore che ha dato e seminato, trasformandolo in un’energia nuova, un’energia forte e positiva, che oggi ci contagia tutti.
Ethnicus è tutto questo, uno scambio di Bellezza, l’accendersi di momenti liberatori, l’incontro di lingue e linguaggi che non temono incomprensioni.

Incontri che fanno a meno dei vocabolari, perché i versi delle poesie curde declamati da Gisella Vacca nel suo recital “Se dai miei versi strappi le rose…” arrivano al cuore, prima che alla mente, e il cuore, si sa, non ha bisogno di traduttori.
E le note che li accompagnano, questi versi, suonate dal musicista turco (ironia della sorte!) Mübin Dünen, seguono lo stesso percorso.
Sottolineano e rinforzano le immagini di dolore che scorrono sullo schermo, davanti ad un pubblico attento ed emotivamente coinvolto, “entrato in punta di piedi in questa poesia”.

E poi si attraversa il mare, un mare Mediterraneo condiviso da sempre, e si arriva in Senegal, dove la musica della tradizione sarda strizza l’occhio e si coniuga con quella africana, grazie agli Chadal, gruppo formato appunto da musicisti sardi e senegalesi, che con la musica costruiscono un ponte capace di neutralizzare le stupide paure, create ad hoc da menti piccole ed ottuse. E dimostrano come lo scambio, il confronto, la condivisione possano generare esperienze ricche, originali e creative.
Quando l’immaginazione sa e si fa contaminare il risultato è una musica nuova e antica insieme, che ci ancora alla terra ma nel contempo ci trasporta lontano, con ritmi ora lenti, ora più incalzanti, dai quali è difficile non farsi fisicamente trascinare.

L’altra meta del viaggio è la Tunisia, da dove arriva il giovane rapper Hamada Ben Hamor, in arte El General, che sfida le folate di vento caldo e gli scrosci improvvisi di pioggia (poca cosa, per un ragazzo che ha sfidato la polizia del suo paese!) per raccontarci un’altra sofferenza, un’altra oppressione, che una “rivoluzione dei gelsomini” ha reso drammaticamente popolare da questa parte del mare.
El General canta la rabbia covata da una vita usando le sonorità dell’hip hop nato nei ghetti americani, in una sorta di “fratellanza” del desiderio di riappropriarsi di libertà negate da troppo tempo.
Suona un po’ strano, ai nostri orecchi sordi, sentire l’arabo declinato con queste sonorità, vedere un giovane tunisino spezzare lo stereotipo che vive nelle nostre menti.
La forza delle sue parole, la voce calda e piena, il suo muoversi sul palco, la carica che emana, sono davvero un bel regalo, per noi presenti.
Solo la pioggia, ormai inarrestabile, fa quello che nemmeno un regime è riuscito a fare: zittire il generale e interrompere il suo concerto!


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