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TEATRO, Il Mercante di Indulgenze firmato Andrea Tedde
La pièce è liberamente tratta da "I Racconti di Canterbury" di Geoffrey Chaucer
04/06/2022

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L'attore e regista Andrea Tedde
L'attore e regista Andrea Tedde
© ufficio stampa Cedac


Tra letteratura e teatro, per una riflessione sull’ipocrisia e sugli umani vizi – di ieri e di oggi – con “Il Mercante di Indulgenze”, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato dall’attore e regista Andrea Tedde, con arrangiamenti e scelte musicali di Matteo Tedde (produzione Batanea Teatro) in cartellone sabato 4 giugno alle 21 al Padiglione Tamuli delle ex Caserme Mura di Macomer sotto le insegne della Stagione di Primavera-Estate 2022 organizzata dal CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna con il patrocinio e il sostegno del MiC / Ministero della Cultura, della Regione Sardegna e del Comune di Macomer e con il contributo della Fondazione di Sardegna.

La pièce liberamente tratta da “I Racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer trasporta sulla scena le elucubrazioni del brillante affabulatore, che con sagacia discerne tra le proprie inclinazioni e debolezze e quelle altrui, prima fra tutte la cupidigia: maestro nell’arte oratoria, abile venditore e truffatore senza scrupoli, egli sollecita laute donazioni per emendare i suoi ascoltatori da quella colpa capitale e decanta le miracolose virtù delle sue “reliquie”, e senza timore né vergogna si rivolge ai ricchi quanto ai poveri per indurli ad acquistare il perdono e il viatico per il paradiso. Un eroe in negativo, che sfrutta i propri talenti e la propria intelligenza per ingannare le folle, incantandole con i suoi discorsi, promettendo la salvezza dell’anima e sfruttando la paura della morte e dell’eterna dannazione per ottenere i denari necessari a condurre una vita comoda e agiata.

“Il Mercante di Indulgenze” rappresenta un perfetto esemplare di quella genia di mestatori e imbroglioni che abilmente dissimulano sotto l’apparenza della bontà e del disinteresse la propria autentica vocazione e le proprie aspirazioni, per trarne beneficio: «E chi può dire che faccio la parte del farabutto quando il consiglio che offro è generoso e onesto…» – sostiene il protagonista, che pure ammette – «Quando i diavoli vogliono indossare i peccati più neri, si mascherano prima con apparenze Celesti, come faccio io». Il messaggero della fede, intercessore presso il papa, in contatto con santi e martiri, è in realtà un impostore, attento solo a ricavare dei vantaggi personali dall’ignoranza e dalla superstizione, tuttavia egli si fa vanto di speciali benemerenze per aver indicato, se non con l’esempio, con le sue parole, i sacrifici e le rinunce per purificarsi dal vizio dell’avarizia, e anzi aver aiutato direttamente, spogliandoli di parte dei loro beni, i fedeli a ravvedersi in tempo per entrare il Regno dei Cieli.

In un intrigante monologo, quasi una aperta confessione, l’Indulgenziere rivela ai suoi compagni di viaggio le sue reali intenzioni e tutta l’ambiguità del suo comportamento, tra l’ostentata rettitudine, vestita d’amabilità ma anche dell’indispensabile severità e la bramosia di denaro e di piacere: una dichiarazione fin troppo sincera, quasi sfacciata, in cui l’uomo si fa beffe della credulità delle masse ma in fondo mette in mostra, dietro la maschera dell’arroganza, tutta la sua umana fragilità. Un istrione che cerca di ammaliare il suo pubblico e cerca di conquistarne l’attenzione e la simpatia, a costo di svelare i suoi trucchi, ma sempre pronto a indossare la maschera della sua professione: come un attore sotto le luci della ribalta, egli vuole ammaliare il suo uditorio, sorprenderlo e sedurlo, tenendolo avvinghiato alla sua storia, al di là del bene e del male.

Una dichiarazione pericolosa, che potrebbe suonare come una ammissione di colpevolezza, ma nella quale il protagonista rivendica insieme alla spregiudicatezza gli effetti positivi della sua predicazione, come la rassicurazione che è pronto ad offrire, a caro prezzo s’intende, agli astanti, liberandoli dalle preoccupazioni per ciò che li aspetta varcate le soglie dell’aldilà, alleggerendo le loro coscienze (e le loro tasche) e sottolinea egli stesso con arguzia che se “radix malorum est cupiditas”, il rimedio contro la sorgente di tutti i mali non può essere che acquistare le indulgenze e permettere così a lui di sperperare con dovizia quelle immeritate ricchezze. Egli stesso si fa carico di quella cupidigia, per il bene del suo prossimo, e pur ricercando solo la propria convenienza, rende un utile servigio alla comunità: è il paradosso implicito nella sua professione di ciarlatano, estorcere con l’imbroglio e fortificare così la fede e nobilitare lo spirito (altrui).

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