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Alessandro Pisu: «In pochi giorni il coronavirus ha stravolto Londra»
A cura di Giovanni Runchina per "Coronavirus: il racconto dei sardi nel mondo"

L'event manager della prestigiosa National Gallery racconta la quotidianità in una tra le metropoli più grandi e importanti del mondo e alle prese con un virus che rischia di travolgere il fragilissimo sistema sanitario pubblico

Azioni timide, assenza di strategia, un sistema sanitario pubblico da tempo sull’orlo del collasso e che ora rischia di essere travolto dall’emergenza Coronavirus.

È questo in sintesi il quadro che emerge dal racconto di Alessandro Pisu, monserratino, Senior Commercial Events Manager alla National Gallery di Londra, tra i più importanti e visitati centri museali del mondo che ogni anno accoglie oltre 5 milioni di visitatori. Un polo di eccezionale bellezza e importanza che da domani sarà chiuso al pubblico.

«Vivo in Inghilterra dal 2004, a Londra invece mi sono trasferito nel 2006 – racconta – e qui in pochi giorni l’emergenza coronavirus ha modificato radicalmente il volto della metropoli. In termini più generali, la vita sociale, che a Londra è parecchio ridotta a causa dei continui impegni e delle distanze, è notevolmente diminuita: ristoranti e pub presto verranno chiusi così come molte gallerie e musei, per cui una città che è una delle capitali mondiali della cultura e dello spettacolo si prepara alla quarantena di massa. Un altro dei meriti del vivere a Londra, prima del virus, era la possibilità di viaggiare che ora è praticamente ridotta ai minimi termini e ci si rende conto che alla fine la Gran Bretagna è pur sempre un’isola».

Nel volgere di un fine settimana tutto è cambiato, a iniziare dal registro comunicativo delle autorità: «Il discorso fatto da Boris Johnson (Primo Ministro -ndr-) giovedì scorso è sembrato timido e interlocutorio: alludeva a misure più drastiche in futuro ma non ha spiegato del tutto perché non fosse il caso di prenderle da subito. Da lunedì, invece, il governo ha invitato tutti i cittadini a evitare i contatti con anziani, i luoghi pubblici e soprattutto, in maniera cruciale per una città come Londra, evitare di usare i mezzi pubblici».

Ma il coronavirus ha anche dato una spinta poderosa per abbattere certe consuetudini apparentemente inscalfibili: «La mia azienda, cronicamente indietro in termini di tecnologia, mi ha messo in condizione di svolgere il mio lavoro da casa senza problemi fornendomi un laptop personale con accesso ai software e ai documenti essenziali».

La paura di una serie di contagi incontrollati in una metropoli di oltre 8 milioni di abitanti (fonte Eurostat 2018) è sempre maggiore, un nemico terribile che rischia di travolgere il debolissimo sistema sanitario pubblico causando un’ecatombe: «La sanità pubblica è sull’orlo del collasso. Negli ultimi 10 anni in particolare si è fatto un gran parlare di rendere il sistema sanitario pubblico (l’NHS) più efficiente, ma ciò che in realtà è avvenuto è il suo progressivo indebolimento a favore del settore privato che infatti è in rapida ascesa. L’NHS non è in grado di fronteggiare una situazione di pandemia simile a quella in cui è l’Italia o in cui era la Cina fino a qualche settimana fa. È di ieri la notizia che tutte le operazioni non urgenti saranno rinviate: quisquilie se si prende in considerazione la cronica mancanza di personale medico e infermieristico negli ospedali pubblici».

La corsa per arginare la pandemia ha fatto emergere debolezze e fragilità di un modello basato soprattutto sul guadagno e che sta cercando affannosamente di correre ai ripari.

In attesa di capire se e come la sanità reggerà l’urto, il governo ha varato una serie di provvedimenti per sostenere l’economia con un pacchetto di aiuti da 330 miliardi di sterline. Somma imponente soprattutto se paragonata ai 25 miliardi stanziati dal governo italiano. E proprio sull’Italia ecco il giudizio: «All’inizio mi è parso che le azioni fossero un po’ troppo caute, con troppa libertà di manovra a determinate regioni (Lombardia e Veneto) i cui governatori si sono rivelati non all’altezza della grave situazione da gestire. Da quando il coordinamento è passato più decisamente al governo centrale mi è parso che perlomeno ci sia stata una strategia comunicativa più chiara, con una grave pecca: il ritardo nel limitare gli spostamenti per la Sardegna».

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