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Daniele Atzeni: il cinema ha rappresentato la sua salvezza
Da I morti di Alos a Inferru, raccontando la storia per raccontare se stessi

Daniele Atzeni ph Francesca Marchi

Avete mai pensato a quanto cambiano nel tempo i suoni del mondo? Ho immaginato spesso i rumori che accompagnavano l’infanzia dei miei genitori, nati e cresciuti in un paese, dove ancora i carri avanzavano su strade di polvere e sassi, dove zoccoli di buoi, cavalli e muli passavano ad intervalli regolari scandendo la vita dei propri padroni, dove una macchina, una sola automobile sbuffava riconoscibile da tutti, precursore di progresso e novità.

Poi i rumori, all’improvviso sono divenuti metallici e lì dove belavano le greggi, si alzano muri e torri, ed il ferro si lega per sempre al cemento, calando il sipario sul vecchio e il rurale, perché così è la storia di prima: vecchia.

Non so fino a che punto sia lecita questa mia premessa, ma già dalla mia prima telefonata con Daniele Atzeni, non ho potuto fare a meno di tornare un po’ a casa con la testa, con l’anima.

Daniele Atzeni è un regista. Lo sento la prima volta per parlare di Inferru, la sua ultima fatica, come si usa dire, ma capiamo subito che la nostra chiacchierata non può fermarsi lì.

“È un lavoro molto personale” mi dice “Sono nato lì e quello che ho raccontato lo conosco bene”.

Parliamo insieme di uomini che passano nelle nostre terre, per attimi proporzionati alla loro idea di business, finché quest’ultimo non viene meno e vanno via, lasciando rovine fuori e dentro i “posti di lavoro”, fuori e dentro le persone.

In quanti posti della Sardegna sia accaduto è difficile dirlo, certamente è accaduto e accade troppo spesso. Così, mentre pensiamo di parlare di cinema ci troviamo a parlare di noi, delle generazioni, di chi è venuto prima e di chi è venuto dopo.

Perciò, forse, è riduttivo dire che Inferru è un lavoro “molto personale” di un regista sardo, è bene affermare che è un manifesto di una generazione che ha assistito, spesso inerme, allo spettacolo straziante del territorio dove è nato e cresciuto, allo sconvolgimento delle personalità delle comunità a favore di tutto ciò che viene dall’esterno.

Così Daniele fa parlare l’uomo. Un uomo qualsiasi il cui destino è quello di tanti. Inghiottito dalle miniere del Sulcis consapevole di ciò che c’è nel suo domani, senza immaginare una luce in fondo al tunnel, perché, come lui stesso dice “la luce non è roba per minatori”. Quella voce prega, senza disperazione, e chiede di non diventare mai padre affinché si possa spezzare la catena infausta che ha visto lui, e prima di lui, suo padre ed il padre di suo padre, perire sotto terra, lì dove hanno consumato le loro vite, perché se lavori in miniera sai che per vivere, per “campare”, devi accettare ogni giorno l’idea di morire. Ma è solo un minatore a parlare o sono tutti gli uomini a farlo? La terra addosso ed il fiato corto possono riguardare ognuno di noi? Le nostre ansie, le nostre paure dentro la cosiddetta vita civile che ti fa correre senza arrivare mai? Tale metafora è innegabile, anzi è pienamente leggibile in tutto il quadro narrativo di Inferru, che utilizza la scrittura del regista per narrare e le immagini di archivio per non perdere di vista ciò che è stato veramente, senza ricorrere alla fantasia della macchina da presa. Lo stesso Daniele definisce il suo lavoro un “falso documentario” e con gli stessi strumenti, ancor prima di Inferru aveva lavorato ad un altro contenitore di fatti dello stesso tipo. Vi parlo de “I morti di Alos”. Come in Inferru rivediamo susseguirsi temi sociali, ambientali, identitari, la ricerca di se stessi mentre qualcuno ti toglie tutto in nome di uno stipendio, in nome del domani, del progresso, del fare senza freni, senza limiti, senza guardare cosa si va perdendo tra le torri di ferro e cemento di un’industria qualsiasi piantata su questa terra, per far alternare padroni sempre nuovi, con il medesimo spirito di conquista.

Alos non esiste eppure è ovunque, in milioni di esempi che non mi va di fare qui. Alos è la follia di un prete che durante la messa predica di un sogno con un Cristo che parla di rinascita e dell’arrivo degli industriali come un dono dello stesso Dio, annunciatore del domani ignorando che si tratta dell’inizio della fine.

Alos è la fine, Alos è dire “non mi crederete perché sono pazzo”, Alos è dove vivete, forse.

 

Da pastori ad operai

da operai a consumatori

da consumatori a fantasmi

 

“Il cinema ha rappresentato per me la salvezza”, ho molto rispetto per queste parole di Daniele, le sento un po’ mie e di quanti come me hanno provato a credere in qualcosa di diverso. Siamo in tanti, giovani e più o meno giovani, che si sono accorti che la storia che ci veniva raccontata non era più valida e che forse si poteva coiminciare a raccontare una storia diversa.

 

Maria Barca

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