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La vita sospesa nella Milano del coronavirus, il racconto di Pietro Mereu
A cura di Giovanni Runchina per il Racconto dei sardi nel mondo

Il regista e autore televisivo descrive la quotidianità nella capitale lombarda messa sotto chiave dal Covid-19: «Il desiderio più grande? Uscire e incontrare amici e fratelli per andare al ristorante»

«Mi piacerebbe uscire a camminare, incontrare i miei fratelli e gli amici, tutti insieme al ristorante». A quasi un mese di distanza dall’ultima uscita non per necessità «dal 29 febbraio non ho più preso un mezzo pubblico», Pietro Mereu racconta con linguaggio asciutto e di grande impatto la vita nella Milano messa sotto chiave dal coronavirus. Quarantotto anni, originario di Lanusei, regista e autore televisivo e di documentari quali Disoccupato in affitto (2010), Il clan dei ricciai (2016), I manager di Dio (2017), il Club dei centenari (2017) – vive questa clausura forzata in un piccolo appartamento diventato il fulcro delle sue giornate.

Il racconto che ci offre è una panoramica in cui saltano con nettezza agli occhi “il prima” fatto di quotidianità frenetica e “il dopo” che ha congelato la vita di oltre un milione e mezzo di persone.

 «Sono arrivato la prima volta a Milano nel novembre del 1999 e sono rimasto ininterrottamente fino al 2007, quando mi sono trasferito per 3 anni a Roma. Sono ritornato più o meno stabilmente nel 2014. Diciamo che ho conosciuto i vari volti della città, dalla grande crisi del 2008 sino alla rinascita con l’Expo. Da quel momento ha cominciato ad essere molto più veloce del resto d’Italia,  comunicando ai suoi abitanti che era un periodo propizio per il lavoro, l’arte e la creatività in genere».

Tutto questo sino agli ultimi giorni di febbraio: «Sulle prime anche io come molti non avevo idea della portata del fenomeno ma verso la fine del mese di febbraio ho cominciato a capire che la cosa stava peggiorando. Infatti man mano che trascorrevano i giorni mi son reso conto che le persone in giro erano sempre meno. Quando ho visto lo spot “Milano non si ferma” mi sono venuti i conati di vomito, per me è inconcepibile anteporre il business alla salute».

Tre settimane sufficienti a inchiodare le lancette dell’orologio della normalità: «La mia vita – racconta – è cambiata moltissimo, in questo periodo dovevo già essere in Sardegna a girare una docuserie per Discovery ma l’impegno è saltato. Per fortuna ho altri due progetti importanti, il problema è che ad oggi non abbiamo idea di quando potremo iniziare, in ogni caso continuo a lavorarci».

Il set è decisamente più striminzito: «Vivo da solo in poco più di 20 metri quadri in quello che era sinora più che altro un punto d’appoggio tra un impegno e l’altro. In questo momento sto cercando di darmi un po’ di disciplina, quindi cerco di non dormire troppo e andare a letto prima possibile. Il primo periodo seguivo tutti i telegiornali e leggevo ogni notizia poi mi sono reso conto che era deleterio per la mia salute mentale». Le uscite sono con il contagocce: «Una volta alla settimana a fare la spesa e poi pochi minuti al giorno per buttare la spazzatura».

Una clausura forzata che non ha appiattito il suo interesse per le persone, per le loro vicende e che lo ha spinto a cercare e a trovare un modo diverso e soprattutto compatibile con i tempi per socializzare e fare rete: «Ho creato un gruppo su Facebook “Solidarietà antivirus” col quale cerchiamo di dare una mano a persone in tutta Italia in questo momento difficile».

Un modo per allargare il proprio orizzonte evitando di assecondare la naturale tendenza all’isolamento in un periodo così delicato. Ma il gruppo e i tanti progetti non impediscono al regista di guardare con lucidità e attenzione a quanto accade: «I milanesi stanno vivendo tutto con molta dignità e civiltà», sottolinea.

Decisamente meno positivo il giudizio sulla classe politica: «Il modello della Sanità lombarda? A volte penso che lo show quotidiano di Gallera (assessore regionale al Welfare – ndr), sia uno snocciolare cifre per creare un grande spot. La realtà è che con i morti e i contagiati che ci sono mi pare che tale modello non abbia funzionato al cento per cento, per via dei tentennamenti iniziali. A mio parere si doveva chiudere tutto e subito. In generale mi pare che l’Italia si sia rivelata per l’ennesima volta il paese dai mille campanili, molto individualista e poco coeso. Ogni presidente di regione ha cercato di sviluppare le sue soluzioni e sono emersi spesso contrasti con il governo nazionale».

Nel marasma non sono mancate  le risposte positive: «L’Italia è fatta da molte persone che hanno la solidarietà nel dna, forse sarà la volta buona che ci sentiremo una nazione».

Il futuro? Molto dipenderà dallo Stato: «Se ci sarà un sostegno massiccio potrebbe esserci un nuovo Rinascimento, altrimenti prevedo scenari post atomici e credo che sarà meglio ritirarsi in luoghi isolati come la mia Ogliastra».

 

 

 

 

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