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«Meeting a distanza e laboratorio al minimo, la ricerca non si ferma ma cambia pelle»
A cura di Giovanni Runchina per il racconto dei sardi nel mondo

Manuela Raffatellu docente nella prestigiosa University of California San Diego (UCSD) è a capo di un team che fa ricerca nel campo dell'immunologia e della microbiologia. L'espansione del Covid-19 ha stravolto ma non fermato i piani e la quotidianità dell'ateneo

«Il mio laboratorio è aperto esclusivamente per alcune attività di mantenimento, ma tutti stiamo lavorando prevalentemente da casa. Stiamo utilizzando il tempo per scrivere lavori scientifici e progetti, purtroppo non possiamo fare esperimenti sino a quando non riavvieremo tutto». Così è la ricerca ai tempi del coronavirus. A parlare è Manuela Raffatellu, medico sassarese tra le 50 donne italiane più influenti al mondo nel campo delle scienze secondo una ricerca del 2018 di Microsoft e Klecha, ora docente all’Università della California (UCSD). Manuela, professore ordinario nel prestigioso ateneo americano con sede a San Diego racconta gli effetti dell’espansione del virus sia sul suo lavoro, sia nella vita di tutti i giorni.

Una quotidianità sospesa, congelata: «Anche noi scienziati speriamo che il governo includa la ricerca scientifica nel pacchetto di stimolo e ci aiuti a ricominciare. Gli incontri di laboratorio e tra colleghi, le lezioni e le discussioni della tesi avvengono esclusivamente in videochiamata. L’università mi ha dato accesso ad un programma con cui posso ospitare un meeting virtuale sino a 300 persone. Il mio laboratorio al momento non si occupa di ricerca sul coronavirus, ma alcuni dei nostri studi sul funzionamento della risposta immunitaria durante le infezioni potrebbero essere applicabili anche in questo campo». Il suo team di otto ricercatori è specializzato in studi nel campo della microbiologia e dell’immunologia.

Da scienzata sposa totalmente la linea adottata sinora da moltissimi Paesi tra i quali l’Italia e basata sul distanziamento sociale: «Penso che le azioni del governo italiano, al momento, siano quelle giuste. L’unico modo per sconfiggere il coronavirus è quello di stare a casa il più possibile e di “abbassare la curva” dell’infezione, in modo da distribuire i pazienti nel tempo e non sovraccaricare gli ospedali, cosa che purtroppo è già successa. Purtroppo, all’inizio la pericolosità del virus è stata sottovalutata e si è cercato di salvare l’economia. Questo è successo in tanti Paesi, Stati Uniti compresi».

Proprio la difficoltà a intraprendere le azioni più giuste è il filo rosso che unisce la maggior parte degli approcci adottati sinora dai vari governi nazionali in cui si è presentato il problema. Inefficienze diffuse non sempre e solo figlie della disorganizzazione e dell’impreparazione. Decidere cosa fare prima, durante e dopo una pandemia non è semplice e la scienziata usa le parole di Michael Leavitt, ex ministro della Salute: « Secondo Leavitt tutto ciò che facciamo prima di una pandemia sembrerà allarmista e tutto ciò che facciamo dopo sembrerà inadeguato. Questo ovviamente non deve impedirci dal fare tutto il possibile per essere preparati. Dobbiamo comunicare con parole che informano, ma non infiammano. Dobbiamo incoraggiare tutti ad essere preparati evitando di causare il panico».

In California – dove sono stati registrati 5800 casi e più di 120 decessi – il governatore Gavin Newsom ha optato per un approccio graduale: «Lo stato conta una popolazione di 40 milioni di persone e secondo le previsioni ben il 56%, oltre 25 milioni di abitanti, rischia di essere infettato. Per evitare questo disastro il governatore Newsom e il suo staff hanno comunicato chiaramente con la popolazione e adottato misure sempre più forti. Si è iniziato con la chiusura delle scuole e con l’invito a stare a casa diretto soprattutto agli ultrassessantacinquenni. Dal 19 marzo la stretta è stata più decisa. Sono chiuse quasi tutte le attività commerciali, fatta eccezione per i supermercati, le farmacie, le stazioni di servizio. I ristoranti fano solo servizio da asporto. L’invito a rimanere a casa è stato esteso a tutta la popolazione. Il telelavoro è incentivato al massimo. È consentito fare attività fisica all’aperto, mantenendo la distanza di circa 1.8 metri dalle persone e comunque stando nel proprio quartiere».

Più incerto il quadro a livello federale: «Il presidente Trump ha finalmente capito che il coronavirus è un problema serio, ma sta già parlando di allentare le misure di contenimento in tempi brevi per evitare il collasso totale dell’economia». Ma negli ultimi giorni l’atteggiamento presidenziale si è fatto prudente vista la crescita spaventosa dei contagi, oltre i 140 mila con oltre 2 mila 400 morti, e l’allarme lanciato dal consulente della Casa Bianca, l’infettivologo di fama mondiale Anthony Fauci che teme milioni di casi e tra 100 mila e 200 mila morti.

L’emergenza sanitaria è molto forte: «Sembra che ci sia una generale difficoltà a fare i tamponi e ad analizzarli in numero sufficiente. Inoltre la metodica diagnostica all’inizio non era molto valida, per cui alcuni laboratori si sono organizzati indipendentemente per migliorarla e anche per aumentare il numero dei test che si possono fare al giorno. Si parla di una carenza di mascherine e di altri dispositivi di protezione. I posti letto sicuramente non sono sufficienti. Il governatore Newsom ha appena ricevuto l’autorizzazione dal presidente Trump a usare una nave ospedale della marina militare per ricoverare alcuni pazienti. L’ospedale della mia università ha un accordo con alcuni alberghi locali per ospitare il personale sanitario che si occuperà di pazienti positivi al coronavirus, in modo anche da proteggere le famiglie».

Pesantissime anche le conseguenze economiche che il presidente e il Congresso stanno tentando di arginare con il varo di un piano di maxi stimolo all’economia del valore di 2 mila miliardi di dollari. «Qui si parla di recessione come nel 2008, o forse peggiore. Purtroppo molte persone hanno già perso il posto di lavoro, altri lo perderanno. Sarà un disastro soprattutto per le piccole imprese, per i negozi e per l’industria del turismo. Per esempio, qui a San Diego si tengono diverse conferenze ogni anno che ospitano anche 15 mila persone ma i meeting sono annullati con perdite gigantesche per alberghi, ristoranti, tassisti. Nonostante questo scenario sono fiduciosa, l’America è un grande paese e ci rialzeremo anche se ci vorrà tempo. Spero che quello che sta succedendo faccia capire anche agli scettici l’importanza della scienza che è un bene universale. Sono inoltre vicina ai colleghi medici in Italia, negli USA e nel resto del mondo che si trovano ad affrontare questo nuovo nemico, anche mettendo a repentaglio la loro salute. È anche per loro che dobbiamo rallentare la diffusione della malattia».

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