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Nuragica: quando la mostra è un viaggio

Non sono un’esperta di storia nuragica, a dire il vero mi rammarico spesso dei vuoti pazzeschi che mi porto dietro e che vorrei colmare, dal momento che riguardano la mia terra.

Ogni tanto cado nell’atavica polemica sull’inefficienza della scuola che nulla, o quasi nulla, insegna sulla nostra storia.

Capita, poi, di interrogarmi su chi ha calpestato prima di noi queste pietre, quasi eterne, in quest’isola così radicata nel tempo che, fin da bambina, ho pensato che non esistesse niente di più stabile della Sardegna. E tiravo un gran respiro di sollievo quando al tg le notizie riguardavano vulcani in eruzione e terremoti e mio padre mi tranquillizzava: “Qui non accade”.
Accadeva in un altro mondo, non nel mio.

Con la crescita, come se non bastasse considerarlo il posto più sicuro del pianeta, ho sviluppato anche una straordinaria, a tratti eccessiva, convinzione che tutto ciò che mi circondava fosse esattamente come doveva essere: l’ambiente, il paesaggio, la storia, usi, costumi e tradizioni. Orgoglio allo stato puro, perfino patetico, ma – confesso – me lo porto ancora appresso, oggi, a 35 anni, senza la minima intenzione di cambiare idea. Chiarisco subito: non mi chiamo Alice e non credo di incontrare un Bianconiglio trafelato, ma spigarvi cosa provo per la Sardegna mi aiuta a raccontarvi meglio cosa ho vissuto visitando la mostra Nuragica.

Era sera. Maria Carmela ci presenta la nostra guida, Roberto. Mi scuso subito perché mentre lui parlerà, io prenderò qualche appunto nel mio taccuino. Non ho scritto una parola, anzi, forse una. Nuragica.

Non si prendono appunti mentre viaggi, e questa mostra è un viaggio a tutti gli effetti; chi ti accompagna usa un linguaggio semplice, adeguato a soddisfare la tua curiosità verso quel mondo lontano e allo stesso tempo tuo in maniera determinante. La cronologia, quelle pietre levigate, ciò che ne è rimasto nonostante il tempo e gli uomini.
Passi davanti a ricostruzioni di tombe di Giganti che raccoglievano decine e decine di corpi e tu sorridi al ricordo di bambina che non ha mai messo in dubbio il fatto che dentro ci fosse, ovviamente, sepolto il Gulliver sardo.

E poi il viaggio continua tra perfezioni architettoniche come i pozzi sacri, esempi di moderni concetti di socialità nel momento più importante della preistoria in Sardegna, e chi lo sa che cos’erano esattamente i Nuraghi, ma di certo la loro simbologia era così forte che ha definito tutta la storia successiva.

L’odore fortissimo di cuoio mi incute quasi ansia, perché non avevo neanche mai provato ad immaginare quegli uomini, le cui fattezze sono come istantanee impresse in bronzetti dal collo lungo, il corpo esile, le mani sempre in procinto di fare qualcosa di grande. Pelli, corna, teschi di animali, una testolina di volpe come ornamento su un copricapo, armi, utensili e tutto ciò che parla di vita quotidiana di uomini guerrieri, navigatori, esperti dell’acqua e del cielo, delle stagioni e della terra, capaci di riportare dettagli minuscoli in colate di bronzo e costruire mastodontici giganti di pietra. Le capacità oltre le possibilità, la volontà evidente di determinarsi, il potere di arrivare oltre i limiti.
Questa mostra ha, di certo, un problema: invece di farmi ragionare, invece di portarmi con i piedi per terra, mi fa volare in alto, lontano verso ciò che è stato, verso ciò che siamo stati, l’orgoglio anziché attenuarsi, cresce e si potenzia “siamo sardi, siamo danzatori di stelle“.

Il mio viaggio si completa con Maria Carmela che mi viene incontro ed io che la sommergo con tutta la mia emozione. “Non è finita” mi dice.
Mi fanno accomodare in una stanza “magica, indosso il visore VR GEAR e mi immergo in un’esperienza di realtà virtuale. Quello che ho visto non ve lo racconterò, sarebbe come svelarvi il finale del libro che vi consiglio. Vi posso solo dire che ho creduto di “passare – davvero – Sulla Terra, Leggera“.

Maria Barca

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