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Sa die de Sa Sardigna o della necessità di conoscere la storia per evitare una memoria imposta

Il 28 aprile 2019 era una domenica e il neo-presidente del Consiglio regionale decise di convocare una seduta del neo eletto parlamento sardo in una giornata festiva per sottolineare l’importanza della ricorrenza.

Oggi, 28 aprile 2020, il contesto nel quale cade “Sa Die de Sa Sardigna” appare quanto mai particolare. Esecutivo, opinione pubblica, amministrazioni chiedono alla popolazione comportamenti unitari, atteggiamenti e approcci univoci a quelli degli altri “italiani” al fine di sconfiggere un nemico comune. Alla luce di ciò appare doveroso domandarsi: “Cosa è sa Die de Sa sardigna per un sardo?” E perché in una contingenza come questa dovrebbe sentirsi chiamato in causa?

Una onesta autoanalisi conduce ad una risposta tanto semplice quanto cruda, la stragrande maggioranza della popolazione inserisce “sa die” nel novero delle feste comandate generiche, un giorno di vacanza in più per i bambini e poco altro. Senza voler entrare nell’ambito storiografico che non compete senza dubbio al sottoscritto, ciò che appare chiaro è che la legge regionale 44/93 ha costituito una sorta di memoria imposta ai sardi, e che, come tale, non può essere una iniezione identitaria.

La ricorrenza di per sé ha un valore storico inestimabile, ma ahinoi appannaggio dei pochi che hanno volontariamente deciso di scavare nelle fonti storiche che riguardano la nostra isola. L’identità sarda ha bisogno de Sa Die de Sa Sardigna? Probabilmente si, ma ha sicuramente più bisogno di leggi “Pro sa sardigna”, che presuppongano la reale promozione identitaria della cultura, della storia, la consapevolezza del sé e del proprio ruolo nella realtà globale, e questo attraverso il ruolo insostituibile della scuola e delle manifestazioni culturali con il fine di rendere i giovanissimi consapevoli del loro passato e sicuri della propria identità.

Un popolo che conosce la strada che ha percorso non ha necessità di una legge per conoscere ciò che è avvenuto 3 secoli prima, le tappe della propria evoluzione. Il punctum dolens della vicenda si trova in quello che accomuna il popolo sardo ad altre realtà europee: ovvero il proprio rapporto con la memoria. La memoria è in re ipsa qualcosa di mediato, di ricordato, frutto di una interpretazione e quindi lontano dalle generazioni successive; è uno strumento fondamentale per non dimenticare ma non può essere in nessun caso vicariarsi alla storia, ai fatti.

Ed è questo l’auspicio per i sardi: sentire la ricorrenza e conoscerne il significato, non godere esclusivamente dei meri benefici pratici di una vacanza.

Salvatore Gaias

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