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PERCHÉ I PAESAGGI DEL CARIGNANO NON SONO ANCORA PATRIMONIO UNESCO?
VENDEMMIE IN SARDEGNA: SANT'ANTIOCO
Sant'Antioco

Il presidente della Cantina Sociale Sardus Pater Raffaele De Matteis (in foto) e il sogno Unesco

“Avevo sedici anni quando ho iniziato a lavorare nella cantina sociale di Sant’Antioco”. Raffaele De Matteis, che oggi è il presidente del Consiglio di amministrazione di Sardus Pater, si rivede studente, nei turni di notte, a intrecciare il primo legame con la vite – che ancora cura grazie all’ettaro di vigna ereditato dal suocero – e il suo territorio. Un filo saldo che lo portò a entrare nel 2005, da adulto, nel cda della cantina sociale costituita nel 1949 e che oggi conta 250 soci e 300 ettari di vigne tra Sant’Antioco e basso Sulcis. Nel tempo Sardus Pater non ha solo affinato il processo produttivo: ha optato per la valorizzazione del Carignano, che costituisce l’85 per cento della produzione, viene proposto anche in versione passita e resta protagonista tra le dieci etichette odierne. La vendemmia si è conclusa, il regime produttivo è stato seguito con il solito rigore dai viticoltori e la qualità sembra ottima nonostante il clima siccitoso. Questione di resistenza e adattamento per il vitigno autoctono a piede franco, passato indenne dagli attacchi della fillossera, l’afide che ha falcidiato le vigne d’Europa tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento ma che qui ha trovato un suolo ostile.

IL TERROIR. Tra i profumi della macchia mediterranea, il Carignano a Sant’Antioco significa suoli di sabbia e assenza di porta innesto. Viene impiantato con la tecnica della talea che garantisce ai vigneti una bella longevità. “L’età media dei vigneti di circa 50 anni ma alcuni superano abbondantemente il secolo”, spiega il presidente De Matteis. La resa, che non supera i 50 quintali per ettaro e in genere sta tra i 35 e i 40,  consente di ottenere un’alta qualità con uve ricche di sostanze fenoliche. Ma non è facile da coltivare in quanto è molto sensibile allo oidio, alla peronospora e agli attacchi dei parassiti. “Il carignano è un cavallo di razza che si azzoppa facilmente: va benissimo se è coltivato bene, con i giusti trattamenti contro le malattie e se azzecchi il periodo di vendemmia. Diversamente è molto delicato”, avverte. Sono due le tecnologie di impianto, con conseguente duplice linea di prodotto: impianto ad alberello sulle sabbie nell’areale di Sant’Antioco e in quella a ridosso dell’istmo, la più moderna spalliera nella parte residuale. Nel corso degli anni la cantina si è aggiudicata numerosi riconoscimenti, circa cento nell’ultimo decennio. L’ultimo quello di Slow Wine 2022 che ha inserito nella lista dei top regionali anche il “Carignano del Sulcis Is Arenas Riserva 2019”, etichetta che risponde al progetto di valorizzazione del vitigno autoctono.

IL PASSATO. Oggi sono circa 600 le tonnellate di uva vendemmiata ma alle origini la quantità era maggiore. Il Sulcis produceva, già prima di arrivare alla Doc nel 1977. La Cantina di Calasetta era nata nel 1932 e quella di Santadi successivamente, nel 1960. Poi arriverà l’enologo Giacomo Tachis a incidere nella riscoperta del vitigno. Intanto l’isola all’estremo sud della Sardegna era una terra vitata. “La coltivazione della vite era l’attività principale di Sant’Antioco sino all’attività alla durata del vino sfuso”, racconta sui tempi floridi, a fine anni Settanta, in cui si arrivava a 180mila quintali di vino. Allora erano cinque i grossi acquirenti di quel nettare di rubino carico. Le loro navi lo portavano dal Sulcis a Marsiglia e a Bordeaux. Il colore, l’alcolicità e la struttura ne facevano un ideale vino da taglio. Poi il mercato comune, il crollo delle esportazioni, la politica degli espropri degli anni Ottanta e Novanta. “La crisi era latente. Alcune cantine sociali non avevano più soci e rischiavano di chiudere e altre hanno avuto la lungimiranza di prevedere la vendita in bottiglia”, chiarisce.

IL PRESENTE. In giugno si resta affascinati dalla vigoria delle piante che spiccano, verdi brillanti, sul bianco delle sabbie. A luglio arrivano i colori dell’invaiatura dei grappoli compatti: diventeranno blu-neri. E la viticoltura continua a essere eroica sul terreno di sabbia con scarse piogge, dove le macchine vendemmiatrici non possono passare. Sono piccoli appezzamenti, quasi giardini. “Il vitigno a piede franco è sempre stato onorato da chi lo coltivava e tuttora vengono seguite le tecniche colturali secondo i dettami della tradizione: c’è chi fa l’aratura con l’asinello ma l’età media dei nostri soci è molto alta e produrre a piede franco significa spesso non avere un tornaconto”, puntualizza. Ci sono altri tentativi di valorizzazione, come quello dello scorso agosto con Slow Food Cagliari che ha accompagnato la creazione della Comunità dedicata al Carignano a piede franco. Intanto la cantina sociale guarda al rischio maggiore: l’invecchiamento dei soci. Urge un ricambio generazionale e il presidente immagina possibili scenari di attrazione per una nuova generazione di coltivatori. Per esempio? Una zona di edilizia agricola-residenziale nel rispetto di rigorosi criteri che evitino ogni possibile speculazione di edilizia turistica. “Si otterrebbero anche altri due risultati: rispetto dell’ambiente e controllo del territorio anche contro gli incendi”, considera Raffaele De Matteis. Soprattutto c’è il sogno più lucente: “Abbiamo anche provato ad avviare la procedura per il riconoscimento Unesco”. E si pensa alle Langhe, o alla vite ad alberello di Pantelleria.

L’UNESCO. L’isola di Sant’Antioco fu terra per l’antica civiltà nuragica (lo attestano una quarantina di nuraghi), per i fenicio-punici e i romani. La storia dell’enologia è legata a quella della sua popolazione e delle tradizioni locali, in una strenua lotta di resistenza e di viticoltura eroica che testimonia una forte relazione tra uomo e ambiente. Lo splendido patrimonio vitivinicolo è unico al mondo: le vigne pre-fillossera sono memoria e identità e dovrebbero già essere patrimonio dell’umanità. “Chi compra Carignano cerca il territorio”, dice ripercorrendo qualche aneddoto: “Nel 2017, anno di particolare siccità, ospitammo alcuni ristoratori di New York e li portammo in vigna insieme all’enologo. A un certo punto si misero attorno a un ceppo a fare una danza della pioggia. È stato commuovente”. Questo territorio parla da solo e ricevere il riconoscimento Unesco, conclude, “farebbe la differenza e darebbe pure slancio a un nuovo movimento di turismo esperenziale”.

Manuela Vacca
manuela.vacca (chiocciola) sardegnaeventi24.it

 

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