I danzatori durante Caglairitiamo 2022

Parlare alle persone è compito degli artisti”, dicono le LucideSottile a SE24 presentando un bilancio “assolutamente positivo” della prima edizione del mastodontico festival di periferia che ha emozionato chi non ha mai visto spettacoli dal vivo

Il carosello di spettacoli è concluso, tranne per la mostra fotografica di Gianluca Vassallo ancora nelle vie del centro cittadino sino al 10 ottobre. Ma il festival Cagliaritiamo ideato dalla compagnia LucidoSottile sembra un’operazione titanica a distanza di qualche giorno. Oltre 2mila persone, turisti inclusi, hanno potuto partecipare alle azioni performative di attori e abitanti del luogo nei quartieri cagliaritani Is Mirrionis, San Michele, Giorgino, Cep e Pirri.

Non è tanto per la fatica di concretizzare 100 performance in dieci giorni in quartieri periferici di Cagliari. Piuttosto per l’operazione culturale necessaria (e sicuramente originale, in quanto altrimenti assente in quei luoghi) di consegna a domicilio di arte. Insomma, quando la montagna è troppo lontana da Maometto occorre spostarla.

Un’immensa sfida. Vinta, raccontano al quotidiano SE24 le Lucide, ovvero le artiste Michela Sale Musio e Tiziana Troja. Sorpresa doppia, secondo quest’ultima: «L’impatto con gli abitanti è stato bellissimo e prodigioso, per noi come per chi ha partecipato, perché molti quartieri non si aspettavano l’evento. In certi momenti è stato emozionante vedere chi non ha mai avuto occasione di assistere a spettacoli».

Hanno scelto di coprire non tutti i quartieri ma quelli con cui c’era un diretto contatto con le associazioni già presenti sul posto. «Chi cerca di fornire possibilità tutti i giorni, facendo la differenza con pochi mezzi, e che potesse creare una mediazione tra il quartiere e il nostro arrivo. Per le Lucide la collaborazione è fondamentale», chiarisce Michela Sale Musio.

E cosa si trova “lontano dal centro”? «Una fortissima carenza culturale e sembra una scelta. E al contempo una grande umanità, fatta di persone ben disposte davanti a un’iniziativa pensata per loro e per tutti. Eravamo là a portare un racconto, cosa per noi naturale, ma quando non si è abituati a questo tipo di educazione ti imbatti anche nello sgomento».

Tiziana Troja insiste nel concetto: «Abbiamo trovato il bisogno, la necessità, l’emergenza culturale, insieme a un po’ di imbarazzo e timore ad avvicinarsi a queste cose. Un senso di vergogna di non sapere». Riferisce di chi partecipava osservando dalla finestra, ponendo una distanza di sicurezza, una via di fuga nell’antro domestico. Qualcuno diceva loro di tornare, chi a voce alta, chi solo con gli occhi. Per esempio una signora ha esclamato: «Io non me lo posso permettere il teatro, adesso vado a chiamare le mie amiche e domani veniamo tutte».

«Ed è stato così», racconta prima di ricordare le passate azioni di protesta delle Lucide sotto il Palazzo per i tagli pubblici agli artisti e il simbolico funerale della cultura. «Siamo delle performer urbane e non vogliamo solo fare solo lo spettacolo al Teatro Massimo: è troppo facile riempirlo con la gente che sa già chi sei. Ci piace invece confrontarci con l’incognita, con l’ignoto, con il mistero».

Le Lucide durante uno spettacolo
(ph LucidoSottile)

E gli abitanti hanno partecipato. Eccome, e senza battute ignoranti. «La periferia è pronta ad accogliere, basta portare le cose. Viene accolto serenamente pure il gender fluid dei danzatori, che erano impegnati sul tema dei rifiuti urbani come vistosi traghettatori di bellezza. Erano fluidi nel loro look mentre spostavano il pubblico da un posto all’altro e chi assisteva era stravolto dalla loro bellezza».

Hanno partecipato alle performance anche le persone più avanti con gli anni. Per esempio inondavano di dettagliati ricordi, a scena aperta, quelle accorse ad ascoltare la storia dei seuesi che aprirono i bar lavorando senza sosta. Diventavano coprotagonisti galvanizzando un mattatore esperto come Elio Turno Arthemalle.

I residenti hanno giocato una parte importante. Lo spiega Michela Sale Musio: «Era l’obiettivo del festival renderli protagonisti e speravamo in una partecipazione attiva. Infatti abbiamo scelto spettacoli che fossero in grado di restituire la loro storia con la poesia, la bellezza e tutte le cose che fanno parte dell’arte, il racconto sublimato che ci compete». Poi sottolinea: «Parlare alle persone è compito degli artisti».

Un’affermazione pienamente sottoscritta dall’altra direttrice artistica: «Forse non abbiamo una piena idea di quanto realizzato perché per noi è normale. In realtà, socialmente e politicamente, una città che funziona dà questi servizi – dice Tiziana Troja –. L’artista non sta solo al centro, ha la necessita di confrontarsi con la periferia. E la maggior parte degli artisti nascono, crescono e vivono nelle periferie. Da qui arrivano i più significativi e pochissimi sono nati nei palazzi borghesi, sfido chiunque a fare statistiche al riguardo. Ciò che abbiamo fatto dovrebbe essere l’azione politica e culturale quotidiana in città. Mi batterò perché CagliariTiAmo diventi un festival permanente».

Le dà man forte Michela Sale Musio: «Dobbiamo fare in modo che ci sia ancora una volta il sostegno delle istituzioni altrimenti non possiamo fare qualcosa di così grande. Poi è vero che noi artisti crediamo in quanto facciamo e siamo sempre pronti a lavorare senza il minimo guadagno. Questa è la nostra storia e delle compagnie che ci hanno sostento: la sfida più grande è restituire dignità agli artisti che con garbo porgono l’arte al loro pubblico».

Come in tutte le più belle cose c’è un dare libero e un ricevere inaspettato. «Cosa abbiamo portato a casa? Una possibilità, un’alternativa», conclude Tiziana Troja.

«Mi porto via tanto, a iniziare dai grandi contrasti che fanno parte della periferia – aggiunge Michela Sale Musio, la quale si sofferma su un episodio – «Una signora che ha sentito la musica dello spettacolo e il giorno dopo si è fatta trovare pronta con la borsetta sotto l’ascella sull’uscio di casa appena ha sentito di nuovo la musica. Ha riconosciuto un linguaggio che le piaceva e questa è la cosa più bella del mondo. Lo spettacolo ha già successo quando passa a uno spettatore solo. Per me quella signora è un grande successo».

Manuela Vacca

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