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GUERRE, CLIMA E CRISI ALIMENTARE

zucchero

Un intervento di Vania Statzu, economista ambientale e vice presidente MEDSEA

Il conflitto tra Russia e Ucraina non sta avendo ripercussioni solamente sul prezzo delle materie prime energetiche, ma anche su quelle alimentari e altre (ultimo l’allarme lanciato sull’approvvigionamento del neon, materia prima essenziale per il funzionamento dei microchip). Russia ed Ucraina, infatti, sono il primo ed il terzo esportatore di cereali a livello mondiale e in particolare di grano e di grano duro, quello utilizzato per la produzione di pasta. Questa situazione sta mettendo in crisi l’industria nazionale, in quanto la produzione nazionale di grano copre solo una quota del fabbisogno ed il prezzo del grano sta crescendo.

Questo aumento è legato alla riduzione delle esportazioni della Russia per via delle sanzioni e dell’Ucraina perché sta mantenendo alte le scorte interne. Tuttavia, il prezzo era già cresciuto prima della guerra per una serie di questioni diverse, come la campagna di adeguamento delle scorte fatta dalla Cina con grossi acquisti sui mercati alimentari (e non solo), e per un calo complessivo delle produzioni sia all’interno dell’Unione Europea che in Canada (altro grande paese esportatore) dovuto all’andamento climatico.

Il clima ha sempre condizionato la produzione alimentare e questa situazione è peggiorata da quando, con lo sviluppo dei trasporti e di economie sempre più specializzate e interconnesse, eventi estremi in un paese hanno ripercussioni sul mercato mondiale. Tornando al nostro grano duro, se, infatti, Francia e Germania devono alle piogge intense il calo della produzione, il dimezzamento della produzione canadese si deve alla siccità patita in primavera ed estate (ma anche Russia e Azerbaijan hanno registrato un calo legato al clima). L’Ucraina è il principale fornitore di molti paesi del Nord Africa, del Medio Oriente e della Turchia, paesi in cui cous cous e bulghur sono i piatti nazionali. La riduzione dell’offerta mette a rischio non solo l’economia italiana, ma la stabilità politica di molti paesi già fragili.

Tempo fa una situazione simile ha riguardato la produzione delle mandorle. Improvvisamente il prezzo era esploso, lasciando nello sconcerto migliaia di appassionati di pasticceria, anche in Sardegna, che utilizzano le mandorle per produrre i dolci tipici. Nessuno di loro poteva immaginare che il motivo dell’aumento del prezzo della mandorla fosse dovuto alla prolungata siccità della California, allora primo produttore mondiale. La siccità in California è durata diversi anni e a ciò si è aggiunta la progressiva riduzione della popolazione delle api, necessari impollinatori, dei fiori di mandorle, peschi e tanti altri alberi da frutta. Il prezzo delle mandorle si è infine assestato quando sul mercato è prepotentemente entrata la Turchia, aumentando la quantità offerta sul mercato.

La tensione fra Russia e Ucraina determina delle fibrillazioni anche nel mercato dei semi oleosi e in particolare dei semi di mais – importanti soprattutto per l’allevamento suino e avicolo comunitario – e, soprattutto, girasole: l’88 per cento dell’olio di girasole europeo, ma anche il 41 per cento della colza, provengono dall’Ucraina. Il mercato dei semi oleosi è in agitazione già da qualche mese, da quando, per la prima volta dopo anni, gli Stati Uniti non sono riusciti a coprire la domanda interna di arachidi e ha dovuto rivolgersi al mercato internazionale che già soffriva a causa della ridotta produzione della Cina (primo produttore mondiale), per via delle intense precipitazioni. I semi oleosi sono molto richiesti nel mercato alimentare, ma sono una materia prima anche della cosmetica e delle bioplastiche, settore in cui l’Italia è uno dei leader mondiali.

Non possiamo consolarci neppure con il cacao, il cui prezzo sta crescendo a seguito del calo delle scorte dovute ad una riduzione delle esportazioni da parte dei produttori della Costa d’Avorio, primo produttore mondiale. E neanche il caffè ci viene in soccorso: la siccità prima e le gelate poi hanno compromesso la produzione brasiliana, dopo che diverse piantagioni negli anni precedenti, in diversi stati produttori, sono state distrutte dalle piogge intense. Alcuni studi hanno stimato che il cambiamento climatico ridurrà, entro il 2050, del 50 per cento i terreni destinabili a questa coltivazione. E a ciò si aggiungono i parassiti che colpiscono le monovarietà tipiche delle monocolture e che hanno di recente causato problemi alle piantagioni di caffè (ma anche cacao e banane sono a rischio). Anche in questo caso non si tratta di una situazione nuova: la grande carestia che colpì l’Irlanda tra il 1845 e 1849, portando al grande esodo verso gli Stati Uniti, tra le sue concause aveva anche l’arrivo della peronospora delle patate che distrusse i raccolti dell’alimento principale della dieta locale.

Non va meglio con lo zucchero: dopo un periodo di prezzi in calo, l’aumento del prezzo del petrolio ha spinto una parte dei produttori brasiliani di zucchero a spostare la materia prima dal mercato alimentare a quello dei combustibili per produrre etanolo, utilizzato anche per l’autotrazione. E siamo tornati al punto di partenza: il prezzo del petrolio, materia prima dalla cui dipendenza dovremo decidere come uscire.

Vania Statzu
Economista ambientale e vice presidente MEDSEA

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